Don Giovanni Di Bartolomeo

detto Gianni

(14 dicembre 1952 – 28 dicembre 2010)

Nato il 14 dicembre 1952 da papà Dante e mamma Rosa, primo di sette fratelli, don Gianni fu chiamato al battesimo Giovanni Battista Zaccaria, perché nel desiderio del papà il nome stesso doveva aprire la strada ad un figlio che da adulto potesse «battezzare» e così collaborare alla diffusione del Regno di Dio. Nomen omen, è detto dai classici. Era segnato nel nome che don Gianni potesse amministrare la grazia di Dio. E così è stato.

Dopo gli studi medi e superiori, egli lavorò quale impiegato nel settore contabile della Concessionaria Fiat del Dr. Alfredo Rabbi nella città di Teramo. Ma il seme della Parola di Dio, l’annuncio del kerygma e la vittoria della croce presero il sopravvento su questa vita socialmente inquadrata e, già nei primi anni di cammino nelle Comunità Neocatecumenali, maturò in lui venticinquenne la risposta alla chiamata al presbiterato. Così, a partire dall’ottobre del 1977, compì gli studi teologici e la formazione presbiterale presso il Pontificio Seminario Regionale «S. Pio X» di Chieti e il 3 luglio 1982, presso la Cattedrale di Teramo, fu ordinato sacerdote da S.E.R. Mons. Abele Conigli, padre conciliare.

Nei primi anni di ministero con coraggio, indirizzò e accompagnò diversi giovani in percorsi di recupero e di affrancamento dalla dipendenza, collaborando con il Centro Italiano di Solidarietà (CeIS) di Pescara. In quegli anni rappresentata una novità per la città di Teramo, poiché non vi erano preti che sapessero come affrontare il tema del disagio giovanile e delle tossicodipendenze. Non fu l’orizzonte sociale a dargli slancio per quel difficile mondo, ma il categorico rifiuto di pensare che una giovane vita si potesse perdere solo per non aver incontrato in tempo il signore Gesù.

Nel frattempo aveva già assunto gli ordinari oneri pastorali che toccano ad ogni sacerdote. Fu dapprima Parroco del Buon Pastore, nella periferia collinare della città di Teramo, il cosiddetto bivio di Miano, poi Parroco dei SS. Giovanni e Cassiano, ad Isola del Gran Sasso, infine parroco della Parrocchia della Madonna della Cona in Teramo. Tre nomine, tre diverse espressioni dell’unico ministero sacerdotale. La prima: si trattava di una nascente comunità in zona periferica di Teramo. Fu un’esperienza piena di fervore giovanile non solo in lui, ma nella stessa popolazione giovane di quella frazione, che presto trovò in don Giovanni il punto di coagulo e, in semplicità e fede, mise su la chiesetta del buon Pastore, frutto di economie familiari, piccoli aiuti esterni, lavoro manuale personale e tanta preghiera. Chiesetta che, per essere decentrata rispetto alla vita cittadina, divenne presto il luogo del silenzio, l’eremo personale di don Gianni. Silenzio e preghiera che, in conflitto con responsabilità burocratiche e doveri differenti, furono sempre – fino all’ultimo – al centro della sua ricerca interiore.

Per secondo incarico gli toccò Isola del Gran Sasso: comunità di più antica tradizione, inserita in una realtà cittadina fortemente legata alla vita del vicino Santuario di San Gabriele dell’Addolorata. Don Gianni qui, d’intesa con gli stessi Padri Passionisti, custodi del famoso Santuario, seppe trovare la giusta intesa con la diffusa religiosità popolare, tenendo sempre fermo l’annuncio della Parola che purifica ed eleva, e servendosi della evangelizzazione offerta dal Cammino Neocatecumenale presente dì da anni, già prima di lui. A Isola egli manifesta anche sensibilità e capacità ecumenica, tenendo vivi – per quanto il criterio di reciprocità all’epoca consentiva – contatti e rapporti con la locale Comunità evangelica, sempre convinto che la forza della Parola compie miracoli in tutte le direzioni.

Terza tappa del suo ministero: la Cona, a Teramo. La Parrocchia della maturità spirituale personale, della mediazione di rapporti talvolta difficili, del superamento dello stallo più che decennale che impediva la realizzazione della nuova chiesa, del passaggio dall’antica chiesetta devozionale alla moderna chiesa, segno e profezia; della edificazione di una delle più importanti chiese moderne della città e dell’annesso centro pastorale. Lui amava chiamarla la chiesa del miracolo. Fin dai primi tempi del suo arrivo, infatti, viste le considerevoli difficoltà per l’edificazione della nuova chiesa parrocchiale, aveva affidato, con un piccolo gesto tutto suo di intimità mariana, alla Vergine maria la realizzazione dell’opera: in una naturale fessura di un’annosa pianta d’olivo, che lì sorgeva già prima della destinazione dell’are al culto, aveva inserito un suo messaggio a Maria, insieme ad un piccolo segno materiale, costituendola Patrona dei lavori, proprio lei che con affetto ispirato chiamava «Stella dell’evangelizzazione». Quando le fatiche, le diplomazie, le spole terminarono, quel gesto resta il segno di un vero atto di fede  che, uscendo dalle logiche umane delle raccomandazioni e dei favoritismi personali, ha preparato e ha permesso la realizzazione di un’opera che caratterizza vistosamente il quartiere della Cona, ma soprattutto lo serve e lo accompagna nel suo più profondo bisogno di pace e di unità.

Don Gianni, improvvisamente e dolorosamente, è uscito dalla scena terrena il 28 dicembre 2009, in atto di provvedere fino all’ultimo ai bisogni spirituali e materiali della sua comunità. In lui negli ultimi tempi non c’era stata più contrapposizione tra cose celesti e terreno, fra onerosa contabilità e cura delle anime, attenzione ai lavori tecnici e senso del sacro e gusto artistico nella Casa del Signore. Nella maturità, sembrava aver raggiunto una continuità fra le une e le altre cose. Una continuità frutto della preghiera personale e della preghiera di tanti fratelli e sorelle, del Parroco e della Comunità di fede. È  così che don Gianni ha accolto, amato, seguito il gregge affidatogli, conducendolo per un itinerario sicuro orientato verso il pascolo buono della Parola annunciata e silenziosamente vissuta; della fede creduta in semplicità di cuore  e celebrata con lo splendore che Dio si merita.

Una eredità bella e sicura per i parrocchiani come per tutti quelli che lo hanno conosciuto e amato.

(Testo di don Marco Trivisonne, tratto dal volume: In memoria nell’anno sacerdotale, a cura di don Gabriele Orsini, Teramo, 2010, pp. 317-321)